Bibione religione in riva al mare

Ecco i “vu’ pregà” missionari da ombrellone
Messe celebrate in spiaggia, confessioni sulla sabbia, cattedrali gonfiabili. La Chiesa in versione estiva

di Gianpaolo Iacobini

bibione_religione_spiaggiaLa fede non va in vacanza: aumentano gli evangelizzatori di spiaggia, si moltiplicano le Chiese gonfiabili sulla battigia. Ed ora sotto l’ombrellone spuntano i confessionali.

I tradizionalisti sono già insorti, lanciando dai loro blog accuse di fuoco contro quella che definiscono l’ennesima eresia del modernismo cattolico. Ma il fenomeno ha preso piede. Inarrestabile. Cammina sulle gambe di un esercito sempre più folto di giovani e di sacerdoti.

Per le cronache locali sono, più sbrigativamente, i «vù pregà»: in bermuda e maglietta, Bibbia tra le mani e crocifisso al collo, s’aggirano tra gli ombrelloni senza nulla da vendere ma solo per diffondere il Verbo e riportare all’ovile le pecorelle smarritesi in riva ai mari d’Italia e della vita.

Cominciò nel 2001 padre Baldo Alagna, sacerdote della Fraternità missionaria «Giovanni Paolo II», riproponendo nel Belpaese il progetto che già negli anni Ottanta del vecchio secolo il fondatore della Fraternità, padre Pierre Aguila, aveva testato in Costa Azzurra: attraverso nuove forme di comunicazione annunciare la Parola di Dio in contesti dai quali si riteneva fosse ormai esclusa. «Fastmission» era il nome della prima missione di spiaggia italiana: toccò Torre del Lago per replicarsi poi, nel 2002, sulla riviera romagnola, e di lì all’infinito.

Oggi di missionari con infradito tra gli arenili se ne contano a migliaia: realtà ecclesiali come le «Sentinelle del Mattino di Pasqua», «Nuovi Orizzonti», gruppi di Rinnovamento, Gioventù Francescana, Neocatecumenali e tanti altri hanno sposato l’iniziativa, fatta ufficialmente propria (secondo le stime più aggiornate) anche da 35 diocesi. Megafoni a Chieti e Vasto, cappelle itineranti a Termoli e Cagliari, momenti di preghiera in Liguria e sulla costiera amalfitana. A Ladispoli come a Trapani a piedi sotto il sole per parlare di nuova evangelizzazione e Concilio.

A Pescara si sono superati, col «Summer event»: 200 giovani sparpagliati nella movida e tra i lidi. Qualcuno ha deciso di non lasciare via di fuga ai bagnanti, giungendo dall’Adriatico a bordo di natanti prontamente ribattezzati «i gommoni di Dio».

E poi tutti a pregare nella chiesa gonfiabile di 32 metri per 22, allestita per l’occasione e più grande di quella in servizio permanente estivo ed itinerante tra Bibione, Riccione, Ravenna, Campomarino Lido, Marina di Ragusa, Palermo. Capace di ospitare fino a 600 fedeli, il tempio di gomma è il frutto dell’ingegno di un’azienda torinese che produce mongolfiere. I motori immettono aria compressa: tempo un minuto, e la messa è pronta per essere servita.

Nessuna meraviglia: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo», diceva Cristo, che proprio in riva a un mare, quello di Galilea, aveva incontrato i suoi primi discepoli. A Monopoli l’hanno preso alla lettera, creando la task force della redenzione: 30 giovanotti armati di buona novella, formati per destreggiarsi tra la canicola e i castelli di sabbia senza cedere neppure con lo sguardo alle provocazioni dei satana in bikini. Non sono da meno a San Foca, nel leccese, dove le falangi balneari possono contare sugli incursori speciali: venti ragazzi della Gioventù Ardente Mariana e tre preti per alzare ancora un po’ l’asticella dell’evangelizzazione, aggiungendo al confronto ed alla preghiera – garantiti ormai un po’ ovunque sui bagnasciuga italici – anche le confessioni sotto gli ombrelloni.

E poi naturalmente chiesa aperta, ovviamente anche di notte, «fino alle due», conferma orgoglioso il parroco, don Mario Calogiuri. «La mia chiesa è proprio di fronte al lungomare – spiega – e mi è sembrato il modo giusto perché le persone notassero la sua presenza». E se pure a qualche distrattone la cosa dovesse sfuggire, nessun problema: i missionari di spiaggia predicano anche in notturna, e per le vie del paese. Perché se Maometto non va alla montagna, in qualche modo bisogna portarcelo.

da ilgiornale.it